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Enea!

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Fabrizio Corona @ Giardino Lime Riccione tunait.

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Miro Tentoni superstar assoluta per Danilo Paura.

Special thanks to Giaga e Mattia.

©photo: Enrico De Luigi & Filippo Zaghini

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Gualtieri day two.

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Last day in Gualtieri.

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A Gualtieri la città di Antonio Ligabue.

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Po river.

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Numero 00 per Lotto tudei.

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Taemeen per Danilo Paura prima linea tudei.

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Io adorare Miro Tentoni.

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Paura per Kappa tudei.

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Il venditore di palloncini ne libera uno di ogni colore per salutare Paolo.

Pace e amore ovunque tu sarai.

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Quando il cielo si fa minaccioso è meglio non dargli corda.

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Verticalaism.

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Perdonami per quello che non riesco a darti, e per non essere all’altezza della situazione.

E una canzone che ho sentito alla radio tornando a casa, si intitola vivere o morire.

Che tutta la luce dell’universo illumini il tuo cammino.

Buonanotte La Lu.

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Pit stop.

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Lino.

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Primi ritratti al Poliambulatorio di Fotografia di CAMERECHIARE, special Guest Danilo Paura.

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Oggi io e Filippo ci siamo scattati un ritratto a vicenda con la Graflex.

Il nostro primo scatto in 4×5 pollici.

Se sei abituato al digitale scattare con questa macchina ti tira scemo.

La faccenda è complessa e molto lenta: si vede alla rovescio, sei costretto a riflettere e a mettere in fila operazioni ormai rimosse dal cervello.

Apri l’otturatore, metti a fuoco con lentino su vetro smerigliato, poi chiudi otturatore, misuri la luce, imposti tempi e diaframmi.

Poi inserisci lo chassis, alzi il volet, ti concentri e quando pensi che sia il momento giusto scatti.

Poi riabbassi il volet e speri che sia andato tutto come volevi che andasse.

Prima di sviluppare le due lastre ho chiamato Silvio per capire come estrarle dallo chassis e come trattarle.

Poi le ho caricate nella tank e le ho sviluppate, fissate, lavate e asciugate.

Una volta visto il risultato ho scritto a Silvio e a Mario, nessuno di noi ha capito cosa fosse andato storto.

Che figata non venirci a capo, che magia, che giramento sano di coglioni!

Per consolarmi penso che sia un omaggio a Robert Frank e a Hiroshi Sugimoto.

Ma sono perfettamente consapevole che non è così, sono semplicemente due fotografie toppate in pieno, altroché omaggi!

Ecco a voi  il risultato finale, lamadonna che giramento di culo…

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Per festeggiare la disfatta ho deciso di bermi del vino bianco abruzzese.

E da mezzo sbronzo non vedo l’ora che arrivi domani per riprovare a complicarmi l’esistenza.

Anal rulez!

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Filippo Zaghini per Collina @ Uovo Lab tudei.

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Location che mettono i brividi.

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Vita da set.

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Numero 00 shooting a Rimini.

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FLUXO shooting a Santarcangelo.

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Silighins is in da house!

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PAESAGGI SCRITTI di Paolo Fabbri.

Le composizioni fotografiche di Chico De Luigi, con il loro silenzio incolore, non mi permettono la distrazione: chiedono un occhio di riguardo. Cosa mi fanno vedere col loro horror pleni? Certamente non impongono o propongono un senso evidente e definitivo. Esito allora a trattarle come paesaggi spogli – segni iconici o come pagine scritte – segni grafici.

1.
Se sono paesaggi, non basta la vista, ci vuole una visita. Cerco allora un orientamento e lo trovo: nella maggior parte delle immagini c’è la traccia sgranata d’un percorso prospettico. Seguo le linee, le quali convergono, accennano verso un punto di fuga, che l’inglese chiama d’evanescenza, vanishing point. Ho già trovato questa classica struttura nelle foto di Ghirri – altrimenti colorate e chiassose – in cui l’occhio è condotto verso un punto sperduto nella nebbia padana. In Chicco cade forse sulla linea litorale tra spiaggia e mare o sulla linea dell’orizzonte, linee sempre mobili e sfuggenti al dispositivo prospettico. Mi accorgo allora che ho proiettato in questo paesaggio senza spigoli o contorni un senso e un riferimento. Forse ho accolto un suggerimento sommesso e una suggestione visuale. Ho immaginato, forse riconosciuto l’allusione o l’illusione di una spiaggia invernale, dove si sovrappongono, sotto un cielo scialbo, le sostanze simili ed opposte della sabbia e della neve. Superfici su cui si lasciano segni nomadi e tracce: appena accennate e sempre già cancellate. Un paesaggio virtuale e tenue, quasi insipido, che chiede un apprezzamento percettivo rarefatto. Avverto che l’assenza di sentore e sentire è soffusa; impregna sottilmente gli altri sensi e mantiene tutte le possibilità immaginabili di gusto e di colore.

Provo allora quel sentimento che attribuisco all’indole di chi ha preso e poi ripreso questi composti fotografici; un distacco senza esibizione, un ritegno non dimesso del carattere, un riserbo e discrezione nei rapporti umani. Paesaggio e osservatore provano una dissolvenza incrociata, quella che lo zen chiama wabi, la bellezza del disadorno. E ho la tentazione di comportarmi come lo spettatore di un disegno cinese che si incammina seguendo l’invito lieve delle linee e sparisce all’orizzonte della fotografia.

2.
Bisogna assumere e variare i punti di vista per metterli in causa. Forse queste fotografie, soprattutto quelle prive dell’indicazione prospettica, sono da leggere come pagine e le macchie scure sono gli ideogrammi di una scrittura segreta di cui non so il senso, il significato e l’orientamento. (Se rigirarassi la foto, la scrittura, dall’alto verso il basso diventerebbe orientale?). Una frase sottile ma non esigua, discreta ma capace di discriminazione, esatta senza essere meticolosa. Chiede forse una lettura più aperta della mia per intuire altri gusti a venire. Io, per ora, vi leggo il lento, evasivo formarsi di un affetto, un sentimento d’assenza, distante dagli effetti speciali dei media – il frastuono e il kisch – ma anche dai piacerini lirici dell’intimità. Non è un sentire impersonale e indifferente, ma un’inclinazione a gustare ed approfondire, con sensibilità e distacco, la trasformazione silenziosa e sempre imperfetta di un soggetto e del suo mondo.

Mi accorgo di aver fatto – ma potevo fare altrimenti? – delle osservazioni, un genere discorsivo poco sistematico che a volte semina e spera che altri raccolga.

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Fotografie stampate in copia unica nei formati 30×40, 18×24 e 13×18 cm.

A buon intenditore poche parole.

 

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feticismo

fe·ti·cì·ṣmo/

sostantivo maschile

  1. 1.
    Forma di religiosità primitiva, per lo più a carattere magico o animistico, fondata sul culto tributato a oggetti materiali.
  2. 2.

    fig.

    Ammirazione fanatica ed esclusiva, che quasi si configura in adorazione verso qualcuno o qualcosa.

    Ergo per cui non riesco a definirmi un feticista.

 

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Consegna ODG.

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Primo giorno sul set.

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Riccardo.

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Rimini – Prato A/R in giornata.

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Monica.