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Il Capodanno più lungo del mondo è a Rimini, sapevatelo.

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Rimini calling, i risponding.

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Presenti & baratti stupefacenti.

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Il cuore è sempre il centro di tutto.

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Carlo da Ravenna.

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Il cenone di Santo Stefano.

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La sfida continua…

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Buon Natale a tutta la galassia.

Ps: Hai capito adesso Pini perchè Marco non vuole esserci mai nelle foto?….

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Ps2: Questa foto l’ha scattata mia zia Antonietta col suo smartphone, dal telefono era bellissima…

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Prima con Zoe al pontile a guardare il mare.

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Poi imbucato a cena di amici con la supervisione di Iron Man in persona.

Buon Natale a tutti e buonanotte a te stella, ovunque tu sia. 

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Oggi ho ricevuto un regalo bellissimo: il mare di Eunice.

L’ho appeso nella suite del mare, sembra fatto apposta per quella parete.

Grazie di cuore Eunice, ti voglio un mondo di bene.

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Non si scherza con le energie.

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Mi sono svegliato solo una volta per vomitare.

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SECRET STORIES @ MATRIOSKA

Ore e ore bendati a fotografare sconosciuti, avevamo solo uno scatto per ognuno di loro.

Questi sono i miei ritratti

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Da qui i ritratti di Francesca Zoe Paterniani

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Da qui gli scatti di Simona Tombesi

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Frames dalle riprese video di Andrea Buccella

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SECRET STORIES #04/05

fotografie di Enrico De Luigi e Francesca Zoe Paterniani

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video & cineseria Andrea Buccella

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TT Party #03: strepitoso come da tradizione

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Non solo il vetro è fragile, tutto è fragile.

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Completini per un caldo Natale.

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Reset totale.

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Polpetta.

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Mario Dondero Fermo 10 agosto 2008

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Mario Dondero prima dell’intervista ci mostra alcune foto.

Questa è la mia famosa foto del nouveau Roman. Questi scrittori sono Robbe-Grillet, Claude Simon, Claude Mauriaque, l’editore Jean Ricardou, Robert Pinget, Samuel Beckett, Nathalie Sarraute. Tutti questi personaggi scrivevano per l’Éditions de Minuit e si trovavano a essere delle figure centrali di una sorta di movimento che i critici definivano il “nouveau Roman”, cioè la scuola dello sguardo. Io allora stavo realizzando il mio reportage sul “nouveau roman” con Giancarlo Marmori per l’Illustrazione Italiana e mi venne in mente di chiedere a Rendon, che avevo conosciuto precedentemente, di poter scattare una foto di classe (termine che usano i francesi per definire le foto di gruppo), così egli organizzò per telefono questo gruppo, prontamente arrivarono tutti e il risultato fu un’immagine divenuta nel tempo un vero e proprio simbolo e finita persino sui libri di scuola francesi.

 Come ha inventato Mulas?

Ugo Mulas, effettivamente, è stato da me introdotto alla fotografia. Egli infatti scriveva didascalie per l’Agenzia Deltafoto e si era appena licenziato. Io, proprio in quel giorno, mi ero licenziato dall’Heure – il formidabile settimanale che aveva creato Beppe Trevisani – fondamentalmente perché volevo andare in Francia. Pensavo che per la mia formazione di giovane reporter fosse importante fare una grande esperienza straniera e poi la Francia mi ha sempre sedotto più di altri posti. Incontrai invece Ugo Mulas che mi propose di fare qualcosa insieme, e mi riuscì talmente simpatico che quando gli dissi che avevo rotto i ponti, che stavo per andare via, lui mi disse: “Ma guarda che nella mia pensione c’è un letto che si libera!”. Così facemmo una piccola società e io gli insegnai i primi rudimenti. Lui questi rudimenti li ha sviluppati e portati moltissimo avanti, mentre io invece no. Io ho “spinto” la ‘voce’ fotogiornalismo, mentre Ugo ha deviato verso una foto più creativa, più artistica. Ritengo che il fotogiornalismo sia insostituibile, almeno nel mio spirito: è un servizio sociale. Anche la foto d’arte, ben inteso, è un servizio sociale, perché arricchisce la nostra vita. Il parametro, in tutte le categorie, in tutte le branche creative, è il talento: se ci sono delle cose da dire, tutte le voci sono da ascoltare.

 Quanto alle sue collaborazioni?

Sono fiero di collaborare a Diario e al Manifesto: sono due pubblicazioni che salvano il nostro Paese dalla mediocrità.

 Quanto confluisce in un’opera l’esibizione di sé?

Il problema dell’ego è un problema molto grosso, delicatissimo, non sai mai dove finisce l’esibizionismo e dove incomincia la creazione. Io non mi sento per niente un “vecchio saggio” che può dare lezioni, mi sento uno che ha vissuto mediamente più di altri.

 Per quale motivo pochi sono i suoi cataloghi pubblicati?

Se non ho fatto quasi mai libri è perché ho lavorato sempre per i giornali, pensando che i giornali fossero il vero medium per quello che riguarda le fotografie. Le foto sui libri rientrano nella sfera privata delle persone: questi scatti possono essere guardati ogni tanto, mentre la foto sul giornale partecipa alla battaglia politica, è presente nella vita di tutta la comunità. Adesso i libri vengono allegati ai giornali, metto tra parentesi che se non sbaglio si tratta di un’iniziativa che viene dalla sinistra, la destra non ha mai degli editoriali intelligenti. Mi sembra persino che il primissimo ideatore di questa iniziativa sia stato Nicola Fano, un giornalista che ha lavorato all’Unità e a Diario, che poi si è occupato del Teatro Ambra Iovinelli a Roma, un vero talento.

La sinistra è costellata di talenti che quando invecchiano, quando “imborsiscono”, spesso si stancano delle difficoltà economiche molto aspre (sto pensando ai redattori del  Manifesto, per esempio, giornale che ha formato tante figure diventate eminenti nella nostra società) e allora gli altri fanno loro i ‘ponti d’oro’. Tutto questo per dire che ritengo vi sia una forma meno ufficiale, meno sontuosa, più modesta (e meno costosa) anche di presentazione del lavoro delle persone. Riconosco che, avendo partecipato a quest’affascinante avventura che è stata il libro per Il Manifesto che si intitola I rifugi di Lenin, un lungo reportage in Russia, durato quasi quaranta giorni, è bello vedere qualche cosa di armonioso e completo. Facevo pochi libri perché mi chiedevano sempre di usare le mie foto, mentre a me interessava portare avanti altri tipi di progetti.

 Quali per esempio?

Sono stato quarant’anni in Francia e quindi ho avuto una vita molto più francese che italiana, e soltanto dalla fine degli anni Ottanta sono tornato in Italia. Sono depositario della deontologia dei reporter. Non posso stare fermo e sono distratto da tante cose. Non ho realizzato molti libri fotografici, ma anche neanche tante mostre, tutte quelle che ho allestito ho avuto modo di farle in quest’ultima fase della vita; precedentemente ero ostile alle mostre fotografiche, le consideravo una cosa “gigionesca”, una cosa veramente autocelebrativa. Poi, invece, ho scoperto che quando penso alle mostre, penso alle trattorie dove andrò con gli amici, e creare una mostra fotografica è comunque una riflessione. Avendo fatto delle foto con grande impegno e anche moltissimo rigore nel raccontare le cose vere, mi fa piacere il poter far tornare le persone a riflettere sulle cose. E la mostra fotografica, come il libro, è un po’ questo. Quando feci la prima mostra fotografica, a Sant’Elpidio a Mare, era stata organizzata dai ferrovieri. Perché poi sono una persona molto elitaria… Se me lo chiede una fondazione ricchissima, non mi interessa. Pavese, uno scrittore che ho amato moltissimo, diceva che non bisogna andare verso il popolo, bisogna essere popolo e che non è facile per niente. Mi vengono in mente le cantanti popolari che cantano folk, ma che non sono mondine e per questo non riusciranno mai a cantare come una mondina, né io riuscirò mai a essere un operaio, vivo una vita borghese come tanti, non son stato alla catena di montaggio. Io sono sicuramente un “uomo contro”, contro il conformismo, contro il servilismo, contro il cedere alla prepotenza. In fin dei conti, se quando avevo sedici anni ho deciso di andare in Val d’Aosta nei partigiani (mi sono molto divertito per la verità, anche se ho sofferto tantissimo e ho corso pericoli grandissimi), l’ho fatto perché non sopportavo la prepotenza dei fascisti, che vivevo come qualcosa di osceno e di orrendo. Mi spiace che adesso sia in corso un golpe freddo, soffice, quasi invisibile, che però ormai ci ha raggiunto completamente. Del resto, il Pais, parlando delle elezioni italiane, ha detto: “È la corruzione personificata che ha raggiunto il cuore dello Stato”. L’Italia non è costituita da gente che vuole le politica, che si interessa alla politica, che dibatte la politica, è fatta da gente biecamente arrivista, egoista, che vipera il proprio quattrino, volgare, incivile, ignorante… Basta vedere lo squallore dei giornali che vanno per la maggiore, quotidiani chiaramente indecenti. Per esempio, Il Corriere della sera non è mai stato indecente, anche nei momenti della peggiore delle reazioni, come questi giornali che gli son venuti dopo, Il Giornale e Libero che son veramente ripugnanti. Constato che è pieno di gente anonima formidabile in giro, persone di alto valore civile, morale. Quando sento Farhenait al pomeriggio, sento alcune voci di italiani sconosciuti veramente magnifici. Però finisce che sono dei cenacoli, dei luoghi d’élite. A Milano c’è una grande radio che è Radio Popolare.

 Che tipo di macchine fotografiche utilizza e ha utilizzato?

Ho lavorato in un’agenzia fotografica per imparare i rudimenti e usavo la Rolleiflex: 1/100 – f 11 al sole, 1/100 – f 5,6 all’ombra. Poi, la mia vera macchina è stata la Laica M3, ma sono profondamente affezionato alla Pentax Spotmatic, che è una macchina umile che ho visto in mano a William Klein, a Guy Le Querrec… La macchina professionale è la macchina da passeggio. Se devo andare a passeggio per i fatti miei, prendo la Pentax Spotmatic, leggera, non me la rubano perché non le guarda più nessuno e quindi non vale la pena di fregare. Però è una macchina di una grande solidità.

 A chi deve la sua attività di fotografo?

Giuseppe Trevisani, mio grandissimo amico di una vita, è l’uomo che è all’origine della mia attività di fotografo. Figlio di Giulio Trevisani, direttore del Calendario del Popolo, è stato grafico del Politecnico di Vittorini e ha disegnato Il Giorno e il Manifesto.

 A proposito di Cartier-Bresson, eravate amici in Francia?

Alcuni miei amici molto cari, come Ferdinando Scianna, Guy Le Querrec, hanno conosciuto molto bene Bresson, mentre io non l’ho conosciuto affatto, mi sono solo trovato molte volte a una distanza ravvicinata in Francia, durante le grandi battaglie operaie, durante il maggio: era un signore estremamente civile, educato. Io ero solo un po’ scandalizzato del fatto che uno che passa il tempo a fotografare gli altri, poi non si vuol far fotografare, temendo molto la segretezza sua e quella degli altri. Andava infatti in giro scattando foto di nascosto alle persone, in modo quasi furtivo, affermando: “…e poi se gli altri vedono la mia faccia, non mi fanno più fotografare!” Una signora giustificazione.

Cartier Bresson potrei dire che non è mai stato un fotografo, nel senso dozzinale del termine, ma è stato un poeta con la macchina fotografica in mano, in ogni modo avrebbe potuto avere il pennello, o un’altra cosa, la voce, non so. Bresson è un tibetano della fotografia.

 Quanto conta il caso? E quanto la fotografia contempla altre forme espressive?

Ieri leggevo un articolo sul Corriere della sera di Ugo Mulas dove raccontava di esser diventato fotografo per caso, tutta la sua vita era uno caso. Io non credo che si diventi fotografo per caso. Si cercano delle maniere per raccontare il mondo come si può, e la fotografia è una delle forme più convincenti per raccontare delle cose… Io personalmente, sono dell’avviso che uno non debba fare solo il fotografo. Uno deve fare il teleasta, il cineasta… La radio, la televisione, il cinema, la scrittura, sono tutti metodi per raccontare la vita. Per le persone pigre come me, la fotografia è una delle cose più rapide. Facendo il giornalista, ogni parto scritto mi costa una fatica cerebro-nervosa potente. Il mio amico Ugo Casiraghi, critico cinematografico dell’Unità, per fare una recensione delle più semplici impiegava una giornata intera. Enrico De Aglio in cinque minuti ti sbriscia un articolo perfetto. Io non son veloce a scrivere anche se adoro scrivere e trovo importante scrivere, così com’è importante parlare. Direi che non sono neanche veloce a scattare perché rifletto molto prima di scattare, però è necessario raggiungere un automatismo e una simbiosi con la macchina fotografica per la quale lo strumento te lo sei dimenticato e fai click. Io sono stato sempre contro il motore, così come sono contro un certo digitale che ti racconta qualcosa che è già successo, cioè che arriva dopo. Ho notato che facendo un viaggio in Transiberiana, fotografavo dal finestrino del treno, se lo fotografavo con l’analogico non riuscivo, col digitale comunque scatti, ma non è la verità. Tu vuoi fotografare una cosa e te ne viene un’altra. Non sono a priori contro il digitale, direi che mi trovo abbastanza disinteressato. Un po’ di tempo fa sono andato a casa di Ando Gilardi perché realizzato un libro su Di Vittorio, e Gilardi è stato il fotografo di Di Vittorio. Ha 93 anni, sta seduto in carrozzella, gestisce un formidabile archivio e appena mi ha visto mi ha insultato perché avevo l’analogico: “Tu sei un uomo del passato! Tu sei tolemaico e io sono copernicano!” Allora gli ho risposto: “Adesso ti faccio una foto con una Vito, scommetto che è migliore delle tue foto col digitale!”. E gli ho fatto una foto con questa macchina e, in effetti, questo scatto su Di Vittorio è migliore delle mie foto con la Nikon. C’era un generale pakistano che vedeva i carrarmati indiani che si rovesciavano e diceva: “A cosa serve avere un tigre nel motore se al volante c’è un asino?”. Gli strumenti sono secondari rispetto all’acutezza dello sguardo, alla sensibilità dello spirito. Capisco l’amore quasi sensuale per le macchine fotografiche, più semplice è lo strumento e più mi affascina. E poi, più complicato è, meno riesco a far le foto, perché sono ignorante, non sono matematico, perché sono un tolemaico.Al momento della caduta del Muro di Berlino, tipo tre giorni prima, ero all’Università di Berlino e avevo preso appuntamento per fotografare una classe. Quando fui lì, mi raggiunsero e mi dissero: “Viene una troupe americana che vuol filmare la classe!”. Dopo dieci minuti mi cacciarono via perché la mia macchina faceva rumore.La mia consorte era laureata in archivistica paleografia, aveva sistemato il mio archivio in una maniera estremamente impeccabile, peccato che l’archivio è un qualche cosa in divenire, e io sono di natura abbastanza trasandato… ma le mie foto importanti me le ricordo sempre, e poi trovo affascinane ritrovare delle immagini, alla lunga con un po’ di fatica riesco sempre a ritrovarle.

 Dove stampava e stampa le sue foto?

Le ho sempre stampate a Parigi, Düffor é stato il mio stampatore per tanti anni, era anche lo stampatore di Bresson, ho sempre cercato i migliori stampatori. Ho stampato da Mazza, Cavalieri, tutti i più grandi stampatori romani, a Milano Patrizio… Ho smesso di stampare quando avevo i bambini piccoli… Adesso ho uno stampatore che si chiama Claudio Bassi, a Roma, che mi stampa in tutte le circostanze, a ferragosto, di notte, alla mattina. Per tantissimi anni ho lavorato intensamente per le riviste, ad esempio per il supplemento Il Venerdì di Repubblica, ho fatto una quantità industriale di reportage incalzanti, dove c’è bisogno di foto rapidamente, e lo stampatore è un partner assoluto. Spendo più soldi negli stampatori che nel resto delle cose della vita, gli stampatori sono dei grandi amici che conoscono anche i tuoi difetti, che ti salvano le fotografie. Passo il tempo a esaltare i videoperatori della televisione, tutti ignoti e bravissimi, sono sempre in prima linea. Si continuano a esaltare dei vecchi fotografi che non sono più sulla breccia da molto tempo…  

 Qual è il suo obbiettivo preferito?

Il mio obbiettivo preferito è il 50 mm, uso sempre quello perché son d’accordo con la massima cartebressoniana che rispetta più la verità degli altri, che non deforma i volti e rispetta le persone. Trovo però che ci sia un uso psicologico dell’obiettivo che è legato alla buona educazione e anche  ai fatti religiosi. Se vai in un paese musulmano e non usi il teleobiettivo, dopo tre minuti ti hanno inchiodato, ti hanno flagellato e anche lapidato. Il 20 mm è un obbiettivo reazionario, spettacolare e adesso siccome è più importante più l’apparenza che la sostanza, secondo me è più importante il fondo dell’estetica. Passo per un nemico efferato di Salgado perché dico sempre che le foto non devono essere troppo belle, perché le foto belle uccidono il contenuto. Le puoi applicare quando fotografi i fiori. I parametri con cui si giudicano i fotografi, che sono animali tutti diversi tra loro, sono diversi. Si tratta di autori autonomi che hanno un loro significato, ma che non sono concorrenti perchè tutti diversi. Il fotogiornalismo è una branca ristretta della fotografia e soprattutto del giornalismo; è più importante come la racconti la notizia che non il grigio della fotografia. E invece adesso c’è una devianza colpevole verso l’estetica, e se non vuoi raccontare la guerra in Iraq devi farla meno cruenta possibile, devi raccontarla nella forma più dolce. Quando vedi un soldato americano con in mano un bambino, è l’ufficio stampa che gliel’ha messo addosso. Il presupposto centrale di tutte le attività giornalistiche è il rispetto della verità, cioè raccontare le cose vere e non le bugie.

C’è un uso funzionale degli obbiettivi, ci sono delle situazioni che esigono, chiamano l’obbiettivo. E poi c’è un uso psicologico dell’obbiettivo. Ogni obbiettivo ha una sua valenza che può essere censoria o veritiera. Il flash è brutalissimo e invecchia la gente, la luce del flash è uguale al casino come in Chiesa, sono contro l’uso indiscriminato del flash, che però può toccare dei livelli sublimi in certi fotografi. Diverso è il magnesio dal fascio elettronico, il tipo di luce è diverso. Weegee ha portato il flash al massimo livello poetico. Un altro grande poeta del flash era Fosco Maraini, che ho conosciuto bene e mi ha spiegato che faceva le sue foto con un aiutante, con un filo lunghissimo e facendo circolare il flash. Se fotografava ad esempio un bronzo, mandava il suo collaboratore con il flash a cinquanta metri, lui scattava da lontano sembrando così una luce naturale quando in effetti non lo era. Personalmente, sono per la luce ambiente e in fin dei conti l’unica rivoluzione, piccola, che facemmo noi a Milano e a Roma era – in contraddizione con la fotografia commerciale che era praticata a quell’epoca nei giornali dai fotografi del tempo – quella di usare le macchine con le pellicole sensibili (c’era una meravigliosa pellicola che era l’HPS della Ilford, con la quale Jean-Luc Godard realizzò À bout de souffle, una pellicola meravigliosa da interni ma che non andava assolutamente bene fuori. Allora la Ilford inventò una pellicola intermedia, l’HP5, che fotografa sia la luce fuori che dentro, ma non così bene come l’HPS). Adesso siamo agganciati al fatto che possono anche non far più la pellicola.

Il 20 mm è l’obbiettivo del cinema americano, ma è un pugno nello stomaco: c’è un modo tutto sensazionale, tutto emotivo, violento. Il grand’angolo io lo trovo teatrale.Il 35 mm è più panfocus del 50 mm, hai più garanzie di scattare rapido, però tende abbastanza allo spettacolare. Io son per la foto più austera. Ho usato molto il 200 mm, ad esempio per fotografare per le strade.

 Bianco/nero, colore…

Trovo che tutto quello che è drammatico debba essere raccontato in bianco e nero. Il colore va bene se ti occupi del capostazione con in testa il berretto rosso, ma non va assolutamente bene per raccontare la guerra.

Tutto  quello che mi indigna cerco di fotografarlo. Sono un fotografo fondamentalmente politico, però sono sociologico come obiettivo, antropologico. Fotografo con semplicità le persone, mi interessa fotografare gli esseri umani e la vita nel modo più leale. Una componente essenziale è l’ironia, il gusto del comico, il contrasto, cogliere ad esempio il ridicolo dei potenti. Però una cosa che non va praticata è lo sfottimento delle persone, neanche a Berlusconi gli puoi fare una foto cattiva privata. Noi che facciamo questo mestiere, abbiamo un difetto, ovvero quello di fotografare sistematicamente, di prolungare lo sguardo in continuazione. Io vedo perennemente delle situazioni fotografiche e vorrei fotografarle. Adesso che porto meno con me la macchina fotografica, perché son troppo mondanamente occupato, le foto le penso, le consumo. Siccome non ho vizi, la foto è stata la mia droga, ho condotto una vita molto lineare, molto semplice, cercando di essere il più corretto possibile, anche disinteressato, senza angosce, volendo bene alle persone. Sono molto amato, anzi amatissimo. C’è un motto inglese che dice: “non pensare in primis al denaro, ti segue dopo, quando avrai fatto quello che volevi”.

 Come descriverebbe il suo temperamento?

Sono uno abbastanza saldo di nervi, tranquillo e sereno diciamo, che ha cercato di essere una persona per bene, facendo questo mestiere di giornalista e fotografo con l’animo volto a servire qualcosa, a essere utile agli altri, a essere onesto e soprattutto leale, creativo, gentile, amabile. Premetto che normalmente non sono abituato a essere io l’oggetto fotografato. Mi viene in mente Cartier-Bresson, che vietava che lo fotografassero.

 Parliamo dei suoi difetti…

I miei peggiori difetti sono una suprema negligenza, una discontinuità e un’atrofia cerebrale ormai avanzata, una grande distrazione. Potrei essere migliore, lo giuro. Se avessi seguito la mia macchina personale, cioè me stesso, con la saggezza degli anni maggiori, avrei potuto fare molto di più di quello che ho fatto. Sono consapevole di avere delle qualità di fondo abbastanza forti per fare le cose con una grande lucidità nei progetti. Ritengo che la fantasia sia la mia risorsa principale, però abbandono i progetti in corso e li riprendo magari vent’anni dopo. Mi manca la disciplina, ho la volontà di far le cose e mi smarrisco per strada, poi mi riprendo e quasi sempre arrivo ai miei fini. È un fatto credo legato alla circolazione del sangue, credo che c’entri col fisico anche. Ho preso sempre troppo sotto gamba quello che facevo, non ho mai cercato di valorizzarmi, non ho lo spirito di carriera, però che non mi serve, non mi interessa.

 Viaggiare…

Il viaggio è per tutti un grande toccasana, il viaggio lucido, con gli occhi aperti, è una fonte di gioventù perpetua. L’idea che puoi star fermo viaggiando è una vista dello spirito. Io ci tengo a muovermi veramente. Ma non un viaggio organizzato.

 Che ricordo ha di Fellini?

Fellini l’ho conosciuto piuttosto bene e l’ho incontrato tante volte, l’ho visto girare i film e devo dire che lo trovavo dittatoriale. È il cliché del regista, aveva una carica di simpatia personale molto forte, ma era autoritario. Una mattina gli telefonai per il Nouvel Observateur a Roma (gli dovevi infatti telefonare alle sette della mattina, altrimenti dopo non rispondeva più al telefono). Mi disse: “A me del tuo reportage non interessa niente, però se vuoi venire domani mattina a prendere il caffè al Canova…”. Sono andato da lui senza macchina fotografica e si è offeso moltissimo.

 Che cosa rappresenta per lei la pietas?

La pietas è un atteggiamento che sta sempre dalla parte dei più deboli, con passione, ma non nel senso clericale, nel senso della carità, dell’investirsi, del considerare i problemi degli altri i tuoi, dell’essere vicino agli altri, di essere dentro gli altri. Un atteggiamento di pietas in fotografia è appunto Robert Capa, che non era un santo ma un gaudente, uno che viveva allegramente, che beveva, che giocava, molto più frivolo me, per esempio, che non sono un puritano, ma una persona abbastanza austera. Sono come i genovesi: fantastico popolo pieno di umorismo, di fantasia, di coraggio indomito, sono economy. Io rivendico la genovesità come un fatto affettivo, ma non leghista.

 Che cos’è la libertà?

La libertà è la costruzione del futuro, è l’invenzione della solidarietà meravigliosa, è fare quello che vuoi con la coscienza che non stai offendendo nessuno, la libertà è voler bene agli altri e starci bene insieme, è un panino col salame… di sera, sotto l’albero della libertà, la libertà è la rivoluzione francese.

 Come si diventa fotografi?

Per incominciare a fare il fotografo non credo occorrano delle scuole, salvo che da un punto di vista unicamente tecnico. La cosa che deve fare uno studente che incomincia un percorso di studi sulla fotografia è quello di essere interessato intensamente a qualcosa e di raccontare questo “qualcosa” con le foto. Ora, nella fotografia commerciale, funzioni a specializzazioni. In Francia io sono un fotografo letterario perché ho fatto una foto famosa. Trovo che l’interesse di questo mestiere sia quello di essere onnivori, anche se questo non ti qualifica e rimani uno qualsiasi che fa le foto. Se diventi detentore di un argomento, uno solo, è una scelta prudente e hai un posto di lavoro, una certezza di guadagno. Biagi quando era direttore di Epoca mi voleva assumere, io non volevo perché non volevo diventare funzionario della Mondadori. Se tu lavori dentro un giornale, ti appiattisci sulla linea del giornale, fai quello che vuole il giornale, adotti lo stile del giornale e non sei più creativo.

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 Mario Dondero 1928 – 2015

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Roger alla CAMERECHIARE.

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Scosta porta alla piadarola.

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Tesei mi ha scelto tra il pubblico e mi ha fatto salire sul palco.

Ci ha chiesto di scrivere una parola su un foglio.

Io ho scelto CECITA’.

Quella di fianco a me ha scritto PORTA DI CARTA, come cazzo gli è venuta in mente?Boh.

Con me sul palco c’erano altri due uomini e tre ragazze che si chiamavano tutte Francesca.

Erano tutte e tre delle invornite da non credere.

Tesei mi ha fatto parlare al microfono davanti a tutti.

Poi mi ha preso per il culo per gli occhiali da vista e le scarpe rosse, ha detto che mi vesto in pandant.

Poi mi ha preso per il culo perchè avevo il rasghino.

Siamo stati li un botto di tempo a fare i zughin del tipo indovina chi o indovina cosa.

 Alla fine mi hanno detto che sono stato bravo, a fare cosa non si sa.

Una ha detto che non va bene parlare con la cicca in bocca se sei sul palco.

A me Tesei mi sta simpatico, li fa bene quei zughin.

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Francesca da Siena.

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Ginevra e Francesca.

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NOPANIC BLIND DATE @ JAGER HOUSE MILANO

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Viva la vita, viva JIGIBELLE !!!

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Buon compleanno Simona detta LALULONA, verso l’infinito e oltre…ma oltre oltre!

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SECRET STORIES

Blind Session # 03 Suite del Boss Rimini

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©photo Tiziana Cruscumagna

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Omaggio a Peter Seller.

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Francesca da Santarcangelo.

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Omaggio a ultimo tango a Parigi.

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Omaggio a Ivo Kwee.

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Omaggio a Helmut Newton.

Ciao Chico,

scusa il ritardo. Mi ci è voluto un po’ per riassestarmi e riprendere il ritmo, senza considerare che fare la post su quella marea di gnocca non mi ha aiutato ad andare a dormire presto la sera :)  ma ora ti scrivo prima che la scia di quelle emozioni si dissolva completamente. 

Anzitutto voglio ringraziarti perché da te sono stato davvero bene, mi sono sentito accettato e “parte della famiglia” fin da subito e ho conosciuto persone bellissime che spero di rivedere. è difficile raccontare l’atmosfera che avvolge casa tua: la leggerezza, la spontaneità, quelle vibrazioni nell’aria che hanno il profumo della “potenzialità” e del tutto può succedere.

Vivere da te mi ha sicuramente donato nuova linfa, nuova ispirazione e una maggiore consapevolezza. ma è stata anche una settimana in cui ho rimesso in discussione tante “verità” che davo per scontate; un profondo esercizio introspettivo che mi ha portato a ribaltare l’obiettivo e a rivolgerlo verso di me. quello che vedo adesso è ancora molto sfocato, ma credo che la direzione sia quella giusta.

Conoscerti per me ha significato comprendere quanto la Fotografia rappresenti un canale per comunicare con il mondo e allo stesso tempo scoprire che la sua portata non si esaurisce nel raccontare o celebrare i soggetti ma che questo va di pari passo con il raccontare o il celebrare il Fotografo: le sue passioni, i suoi turbamenti. Per te saranno certamente concetti banali ma per me è stata una rivelazione. Stando con te ho riscoperto la Fotografia in quanto arte, in quanto voce dello spirito e devo dire che riesco a “leggere” il blob sotto una nuova luce da quando ho afferrato questo concetto.

In quest’ottica mi è diventato lampante come la “bellezza” (intesa in senso assoluto) non sia esclusivamente quella illuminata da belle luci o incastrata in geometrie armoniose. La vera bellezza è verità. Verità che si svela grazie all’onestà e all’empatia che riesce a trasmettere il fotografo. Anche per questo è importante restare connessi alle proprie passioni e ai propri turbamenti, per poter essere più spontanei e a proprio agio con la macchina, per esercitarsi a riconoscere il vero che sta di qua e quello che sta di là dall’obiettivo.

Qualcuno ha scritto che è il ritorno a dare un senso al viaggio, ecco devo confessarti che la prima notte che sono tornato a bologna ho pianto per 2 ore. non so se fosse uno sfogo nervoso o un pianto liberatorio ma era come se si fosse sbloccato qualcosa, come si fosse aperto un chakra. ero felice e ridevo mentre piangevo. mi sentivo vivo, presente a me stesso e in profonda connessione con la mia indole. 

Ti ringrazio per aver reso possibile questo viaggio, per avermi indicato la via dedicandomi tempo ed energie, per avermi scritto con la luce tante belle cose sul blob. 

A presto

Simone

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©photo: Simone Fauni

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NOPANIC BLIND DATE #05

Morphine Experience Cocorico tunait.

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SECRET STORIES

Blind Session #02 @ Morphine Cocorico

 

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Cavalier king tunait.

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Una giornata insieme al t.club.

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Robba grossa al Barbie Party tunait.

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L’importanza dell’impiattamento parte terza.